Quando lo stress toglie il fiato, ripartiamo dal respiro
Il cammino della Scuola per Equilibristi Sognatori prosegue e arriva a una tappa che parla di qualcosa che facciamo continuamente, senza pensarci quasi mai: respirare.
Il respiro è un gesto automatico, e proprio per questo rischia di restare invisibile. Eppure, racconta molto di come stiamo: si fa ampio quando ci sentiamo liberi, si spezza quando siamo in affanno, si trattiene quando siamo sotto pressione. A volte il corpo comprende prima della mente che stiamo correndo troppo, che qualcosa si sta accumulando, che abbiamo bisogno di fermarci.
La quinta tappa della Scuola per Equilibristi Sognatori, in programma il 22 maggio, parte proprio da qui: dal respiro e dai polmoni come metafore per parlare di stress, benessere e capacità di stare dentro la pressione senza esserne travolti.
È un tema che riguarda la vita personale, ma anche il modo in cui funzionano i gruppi e le organizzazioni. Nei contesti di lavoro, infatti, lo stress può diventare accelerazione costante, fatica a collaborare, comunicazione più rigida, perdita di lucidità, difficoltà a distinguere priorità reali e urgenze percepite e può arrivare a condizionare clima, motivazione e qualità delle decisioni.
Per questo, parlare di gestione dello stress significa parlare anche di responsabilità organizzativa. Significa chiedersi quali segnali imparare a riconoscere nei propri collaboratori, quali risorse attivare, quali condizioni permettono alle persone e ai gruppi di lavorare in modo più sostenibile.
La giornata unirà due punti di vista diversi.
Il primo ci aiuterà a comprendere meglio cosa accade quando siamo sotto pressione: come reagiamo, come interpretiamo ciò che viviamo, quali strategie possiamo mettere in campo per recuperare lucidità e margine di azione.
La seconda ci porterà invece in una dimensione più esperienziale, attraverso il respiro, il corpo e la natura, per riscoprire pratiche semplici capaci di riportarci ascolto, calma e contatto.
Il titolo scelto per questa tappa, “Respirare… a pieni polmoni”, diventa così un invito concreto: non sottrarsi alla complessità, ma imparare ad affrontarla senza vivere continuamente in apnea.
I formatori della quinta tappa
Edoardo Ercoli

A guidare gli approfondimenti dedicati alla gestione dello stress sarà Edoardo Ercoli, Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni esperto in comunicazione efficace, tecniche di rilassamento corporeo e strumenti di espressione creativa.
Socio fondatore del centro di formazione per psicologi Obiettivo Psicologia srl e Vicepresidente del Centro Clinico Indivenire, Edoardo lavora tra formazione, consulenza aziendale e percorsi di crescita personale, occupandosi anche di team working, team building e dinamiche relazionali.
Durante la tappa, il suo contributo ci aiuterà a dare un nome allo stress, a riconoscerlo, a distinguerlo dagli eventi che lo generano e a comprenderne l’impatto su pensieri, corpo e comportamenti.
Non sarà però un approfondimento soltanto individuale. Parleremo infatti anche di lavoro, team e organizzazioni, perché riconoscere lo stress significa anche imparare a leggere meglio ciò che accade nei gruppi e nei contesti professionali. Impareremo a cogliere i segnali di un team sotto pressione, a capire quando un gruppo di lavoro sta andando in sovraccarico e quali piccole azioni correttive possono aiutarlo ritrovare l’equilibrio.
Lucilla Satanassi e Hubert Bosch

La tappa sarà arricchita dallo sguardo di Lucilla Satanassi e Hubert Bosch, fondatori di Remedia, che porteranno alla Scuola per Equilibristi Sognatori un approccio profondamente radicato nella relazione con il mondo vegetale.
Lucilla, erborista e floriterapeuta, ha collaborato con la rivista Erbe e insegnato alla scuola di fitoterapia di Riza. Hubert si occupa di cosmesi naturale dal 1978 e ha scritto diversi libri dedicati ai temi dell’autosufficienza. Insieme hanno costruito un percorso in cui piante medicinali, alberi e arbusti non sono solo risorse da coltivare e trasformare in rimedi naturali, ma presenze da osservare, ascoltare e comprendere.
Il loro contributo porterà l’attenzione sul respiro, sul corpo e sulla natura come vie di accesso a una forma più ampia di benessere. Attraverso pratiche ed esperienze ispirate al mondo vegetale, ci accompagneranno a ritrovare ascolto, presenza e contatto con ciò che spesso, nella velocità quotidiana, rischiamo di perdere di vista. Con loro, il tema “Respirare…a pieni polmoni” si aprirà ad una dimensione più immersiva: quella in cui la natura non è solo scenario o risorsa, ma maestra di equilibrio e adattamento.
Da una parte, quindi, strumenti per riconoscere e gestire lo stress; dall’altra, pratiche per tornare al corpo, al respiro e alla relazione con la natura.
Due sguardi differenti, ma uniti da una stessa domanda: che cosa ci permette, davvero, di ritrovare spazio quando la pressione aumenta?
Lo abbiamo chiesto ai formatori della quinta tappa, per avvicinarci ai temi che toccheremo durante la giornata e iniziare a capire che cosa significhi, oggi, respirare a pieni polmoni nella vita personale e nei contesti di lavoro.
Quando parliamo di “respirare a pieni polmoni”, non parliamo solo di un atto fisico, ma anche di spazio, presenza, energia e possibilità. Che cosa significa, per te, respirare davvero a pieni polmoni nella vita quotidiana e nei contesti che abitiamo?
Edoardo Ercoli: Dal mio punto di vista, respirare a pieni polmoni significa essere pienamente presenti e centrati: vivere il qui ed ora con intensità e pienezza senza spostarsi subito nel futuro o nel passato. In tal senso, è un’azione che si collega ad una condizione dell’essere e ad un mindset centrato e focalizzato: significa ritagliarsi un tempo e uno spazio interno e avere contatto con se stessi e con gli accadimenti esterni.
Nell’ambito della psicologia del benessere, si utilizza l’espressione “Respirare è sentire”; in tal senso, respirare a pieni polmoni significa sentire appieno, relazionarsi a noi stessi, a ciò che viviamo, alle persone ed ai vari accadimenti con piena consapevolezza, apertura e curiosità.
Lucilla Satanassi e Hubert Bosch: Respirare a pieni polmoni è una ricerca fondamentale nella nostra vita, anche e soprattutto quella lavorativa (anche se di fatto non scindiamo il lavoro dalla esistenza). Tutto nella Natura, che è il nostro principale ambiente, si muove sul prendere aria, lasciando che la Vita ci permei, mantenendo uno spazio di vuoto fondamentale per qualsiasi bella sinfonia, e poi svuotare tutto, lasciare andare.

Siccome la nostra azienda è posta su un greppo solatio, con forti pendenze, abbiamo praticato tanto il respirare nei nostri spostamenti a piedi. Diciamo che la necessità ci ha istruiti a comprendere e praticare il respiro in maniera fisica per comprenderne anche il significato metaforico e simbolico. La natura, il respiro della terra, delle stagioni, il ritmo delle piante sono gli esempi primi per praticare il respiro a pieni polmoni.
Quali condizioni aiutano una persona, un gruppo o un’organizzazione a “respirare meglio”?
E.E.: Nei contesti relazionali, professionali, personali e sociali, respirare meglio è intimamente legato alla percezione di sicurezza, rispetto e possibilità di espressione. Il respiro, infatti, tende a contrarsi quando ci sentiamo minacciati, giudicati o costantemente sulla difensiva; al contrario, si distende quando abbiamo la possibilità di portare la nostra voce, le nostre idee e la nostra autenticità.
In questa prospettiva, il respiro diventa anche una potente metafora della sicurezza psicologica e, più in generale, del benessere relazionale e organizzativo. A livello individuale, è fondamentale coltivare autoconsapevolezza rispetto ai propri punti di forza e alle proprie vulnerabilità, imparando a riconoscere i segnali dell’affanno e dell’accumulo di tensione, per poi attivare con intenzionalità strategie di autoregolazione. Sul piano collettivo, invece, respirare meglio richiede contesti caratterizzati da chiarezza, rispetto, reciprocità e autentica possibilità di confronto.
Le persone e i gruppi respirano meglio quando sentono di poter contribuire senza timore, quando i confini sono chiari ma non rigidi, quando esistono rispetto reciproco e un equilibrio sano tra responsabilità e sostegno.
In questo quadro, il presidio della sicurezza psicologica e la diffusione di una cultura dell’errore diventano leve essenziali, creando le condizioni per generare fiducia e senso di appartenenza.
Fiducia e benessere sono elementi fondamentali in un’organizzazione che funziona. Scopri di più leggendo “Stare bene insieme non è un dettaglio: il valore di un evento aziendale”
L.S. e H.B.: Forse ci ripetiamo, ma il contesto nel quale il nostro respiro si apre, si armonizza, si energizza o si acquieta sintonizzando il battito cardiaco è sicuramente il bosco o la foresta. La compagnia degli Alberi, da cui il nostro respiro dipende o meglio, si allaccia, è la condizione migliore, scientificamente provata, per riportarci ad un respiro profondo, fluido, pacato, sapiente. Nei boschi, dove accompagniamo le persone, o lungo il Sentiero dello Spirito degli Alberi che abbiamo nella nostra azienda, possiamo notare sempre che il primo contatto di benessere parte da un respiro attraverso il quale portiamo in noi anche i profumi boschivi che entrano immediatamente in comunicazione con il sistema nervoso e immunitario.
Lo stress viene spesso visto come qualcosa da eliminare. È possibile invece considerarlo un messaggio da comprendere? Cosa può insegnarci, se impariamo ad ascoltarlo?
E.E.: Nell’accezione comune, il termine stress viene spesso associato a qualcosa di esclusivamente negativo, da combattere o da eliminare. In una prospettiva psicologica, tuttavia, il suo significato è più articolato: lo stress rappresenta infatti la risposta aspecifica che l’organismo mette in campo per fronteggiare eventi, richieste e cambiamenti. Come ricordava Hans Selye, padre fondatore degli studi e delle concettualizzazioni sullo stress, non esiste un modo per eliminare del tutto lo stress, se non quello di non essere vivi. Il punto, allora, non è cancellarlo, ma imparare a comprenderne il linguaggio e a gestirlo.
Quando la nostra risposta agli eventi esterni si fa eccessiva o, al contrario, troppo debole, lo stress perde la sua funzione adattiva e può trasformarsi in una condizione disfunzionale. In questo senso, ascoltarlo significa riconoscere con tempestività i segnali di sovraccarico, comprendere quali bisogni, limiti o tensioni stanno chiedendo attenzione. Se impariamo ad ascoltarlo, lo stress può insegnarci molte cose. Può dirci, per esempio, che stiamo oltrepassando un limite, che stiamo trattenendo troppo a lungo tensioni, emozioni o bisogni non espressi, oppure che stiamo vivendo in una condizione di adattamento costante che ci allontana dal nostro equilibrio. In questo senso non è solo un segnale di fatica, ma anche un indicatore prezioso di ciò che merita attenzione.
Approfondisci questo tema leggendo anche “Collaborative workload: il “sovraccarico di collaborazione” vissuto dai manager
Nel mio lavoro di accompagnamento nei processi di gestione dello stress, mi muovo sempre in due direzioni complementari: da un lato, sostenere il ripristino di un equilibrio nella risposta reattiva; dall’altro, favorire una riflessione sull’esperienza stressogena, affinché possa diventare occasione di maggiore consapevolezza di sé e di potenziamento delle proprie risorse interne o persino di scoperta di nuove risorse. In questa prospettiva, una condizione inizialmente disfunzionale può trasformarsi in un autentico processo di empowerment e di crescita.

L.S. e H.B.: Tutti i messaggi del corpo arrivano a fin di bene e sono indicazioni preziose da ascoltare, accogliere, comprendere, non sono nemici da schiacciare o eliminare. Da loro possiamo imparare cosa trasformare, cosa di nuovo imparare, cosa lasciare andare, di cosa la vita ci chiede di farci nutrire.
Gestire lo stress non significa solo “calmarsi”, ma imparare a stare dentro ciò che accade senza esserne travolti. Che cosa vuol dire, concretamente, allenare questa capacità?
E.E.: Più che di “calmarsi”, parlerei di centrarsi. Saper gestire lo stress implica infatti la capacità di autoregolarsi, così da poter agire con lucidità e intenzionalità strategica nel fronteggiare, nel modo più funzionale possibile, la situazione che genera stress. Non si tratta di azzerare ciò che proviamo, ma di imparare a riconoscere ciò che accade dentro di noi mentre accade, restando in contatto con l’esperienza senza esserne completamente assorbiti. In termini concreti, significa sviluppare la capacità di osservare i propri segnali di attivazione – nel corpo, nei pensieri, nelle emozioni, nei comportamenti – e costruire una risposta più consapevole, invece di reagire in automatico.
In una prospettiva psicologica, allenare la gestione dello stress significa costruire nel tempo una base interna più solida, capace di permetterci di attraversare la complessità senza esserne travolti, mantenendo il contatto con noi stessi e con le nostre risorse: quella condizione che, in ambito meditativo, può essere definita stato di presenza o centratura. Questo allenamento passa, prima di tutto, dal corpo: significa imparare a intercettare con tempestività e precisione i segnali di tensione, accelerazione o chiusura, riconoscendo quando stiamo entrando in uno stato di allerta. Il respiro, in questo senso, è uno strumento prezioso, perché consente sia di leggere il nostro stato interno sia di intervenire su di esso. Allenarsi a stare dentro ciò che accade vuol dire anche imparare a fare pause, a non identificarsi completamente con ciò che si prova e a creare uno spazio tra stimolo e risposta.
L.S. e H.B.: Ci piace molto questo punto. Abbiamo osservato questo ripetutamente nella vita che ci scorre accanto nel popolo dei vegetali, ma anche degli animali. Lo abbiamo assorbito e visto nelle vite dei contadini di tempi passati, lo abbiamo imparato anche nei momenti difficili che abbiamo attraversato come coppia, come professionisti, ricercatori e soprattutto imprenditori. Queste capacità si allenano vivendo. Buttandosi in questa idea che la Vita sa e che ci chiede di fidarsi e affidarsi.
Respirare è una delle prime e continue scuole di fiducia, soprattutto perchè il respiro è un atto di fiducia e connessione con tutto, totale.
Per concludere, un consiglio pratico per i nostri lettori: quando sentiamo di essere “in apnea”, quali sono i primi gesti che possono aiutarci a tornare a respirare?
E.E.: Quando ci sentiamo “in apnea”, il primo gesto utile non è tanto fare subito qualcosa, quanto fermarsi e portare attenzione a ciò che sta accadendo. Prima ancora di cercare una soluzione, è importante riconoscere il proprio stato interno: accorgersi dell’accelerazione, della tensione o della chiusura. Una pratica semplice ma molto efficace, in questi casi, è lo STOP della mindfulness: fermarsi, respirare consapevolmente, osservare e poi procedere. È un invito a interrompere l’automatismo e a creare uno spazio minimo, ma prezioso, tra ciò che accade e il modo in cui scegliamo di rispondere.
A partire da lì, si può entrare in relazione con il respiro così com’è, senza forzarlo: se lo sentiamo accelerato, possiamo accompagnarlo gradualmente verso un ritmo più lento; se invece lo percepiamo trattenuto o impoverito, possiamo provare ad ampliarlo con delicatezza. Nell’osservazione, può essere utile distinguere i vissuti soggettivi dagli elementi oggettivi della situazione, per recuperare lucidità e orientare la propria risposta in modo più funzionale.

Spesso, quando ci sentiamo “in apnea”, subentra la preoccupazione: un’emozione comprensibile, ma spesso poco utile a fronteggiare gli eventi in modo efficace. In questi momenti, può essere prezioso porsi una domanda molto semplice: che cosa posso fare realisticamente, qui e ora, per occuparmi di questa situazione? Riportare l’attenzione su ciò che è concretamente possibile nell’immediato consente di orientare le energie in modo più costruttivo e di ritrovare, passo dopo passo, una maggiore sensazione di presenza e di potere di azione.
Spesso tornare a respirare significa proprio questo: non eliminare immediatamente ciò che proviamo, ma ritrovare un centro da cui poter scegliere come stare dentro ciò che accade.
L.S. e H.B.: Quando sentiamo di essere in apnea , ci sono gesti semplici che ci aiutano a ripartire. Il primo è entrare in una pausa del fare e del pensare; smettere di ragionare , ma riportarsi alla semplicità del corpo.
Cantare, danzare, camminare, nuotare, andare in bici, stare abbracciati, guardare il mondo dall’alto, farsi aiutare dalle piante, dai fiori sono tutti elementi che ci aiutano a ricominciare a respirare. Ma di questo ne faremo esperienza venerdì!