La pancia, secondo cervello: cosa succede quando impariamo ad ascoltarla
Nelle organizzazioni, così come nella vita quotidiana, esiste un livello di lettura che difficilmente trova spazio nelle parole: è fatto di segnali sottili, di tensioni che si percepiscono ma non vengono esplicitate, di intuizioni che arrivano prima di qualsiasi ragionamento strutturato, di una sensazione che qualcosa non stia funzionando come dovrebbe. Spesso lo chiamiamo, in modo semplice, “mal di pancia”. Ma proprio in questo spazio si nascondono informazioni preziose su ciò che accade nei contesti di lavoro, su noi stessi e sulle relazioni che instauriamo.
La terza tappa della Scuola per Equilibristi Sognatori, in programma il 27 marzo, sarà dedicata proprio a questo: imparare a far emergere ciò che normalmente non trova voce, sviluppando una capacità di lettura più profonda e creando spazi di confronto autentico, sia per la dimensione organizzativa sia per quella individuale.
Lo faremo ancora una volta secondo due prospettive: da un lato, la pancia come strumento di lettura delle dinamiche implicite, di ciò che non viene detto, ma influenza comportamenti, clima e qualità delle relazioni. Dall’altro, la pancia come centro fisico, in cui si intrecciano alimentazione, energia e benessere, con effetti concreti sulla lucidità mentale e sulla qualità della performance.
Ad accompagnare questo percorso saranno Davide Cortesi e Stefano Berlini, professionisti esperti nel campo del benessere organizzativo e individuale, che ci aiuteranno a leggere con maggiore consapevolezza i segnali e il linguaggio segreto della nostra “pancia”.
I formatori della terza tappa
Davide Cortesi

Consulente di direzione e formatore senior, si occupa da anni di empowerment individuale e organizzativo, executive coaching e talent development, lavorando accanto a manager e team sulla crescita della loro consapevolezza e sull’espressione del loro potenziale.
Il suo percorso unisce competenze diverse: ad una formazione economica, ha affiancato una seconda laurea in Psicologia del Lavoro, integrando nel tempo anche studi sulla mindfullness e sulla meditazione Vipassana in contesti internazionali, tra India, Thailandia e Filippine. Un percorso che gli ha permesso di sviluppare uno sguardo ampio e trasversale sulle dinamiche che influenzano il funzionamento delle persone e delle organizzazioni.
Nel tempo, ha strutturato questo approccio nella metodologia EmpowerME®, che considera la performance come il risultato di un equilibrio tra energia, focalizzazione e consapevolezza, e che rappresenta oggi il riferimento dei suoi interventi formativi e consulenziali.
Stefano Berlini

Fisioterapista specializzato in Manipolazione Fasciale per le disfunzioni viscerali, successivamente ha approfondito gli ambiti della Medicina Preventiva Integrata, con particolare attenzione alla nutraceutica e l’erboristeria antica del bacino del Mediterraneo. Il suo percorso lo ha portato a esplorare in modo approfondito il legame tra alimentazione e benessere, sviluppando un approccio che integra prevenzione, nutrizione e funzionamento del corpo, con l’obiettivo di migliorare l’equilibrio complessivo della persona.
Oggi è co-fondatore dell’associazione Cambio di Marea e autore di progetti di divulgazione scientifica come Nutrizione Cosciente e Si Alza il Vento, attraverso cui promuove una maggiore consapevolezza sui temi della salute e dell’alimentazione.
Due sguardi diversi, ma profondamente connessi, che permettono di affrontare il tema della “pancia” a 360°.
Una prospettiva che abbiamo voluto approfondire attraverso questa intervista, per entrare nel merito dei temi che verranno esplorati durante la giornata.
L’intervista a Davide Cortesi e Stefano Berlini
Il titolo di questa tappa parla della pancia come “secondo cervello”. Nella tua esperienza, cosa succede quando impariamo davvero ad ascoltare quei segnali, fisici o relazionali, che spesso arrivano prima ancora delle parole?
La pancia è il luogo in cui percepiamo i segnali (anche quelli organizzativi) prima che vengano codificati dalla testa e prima che trovino una forma nelle emozioni. È un sistema di lettura precoce, non lineare, ma incredibilmente potente.
Da questo momento si apre poi uno spazio fondamentale per la leadership: esplorare, raccogliere dati, confrontarsi, dare forma a quella sensazione iniziale per capire se è supportata da elementi oggettivi oppure se, semplicemente, si tratta di un’intuizione non fondata.
Il punto non è diventare istintivi, ma diventare consapevoli dell’istinto.
Perché la pancia, se non è ascoltata, governa in modo reattivo; se invece viene integrata, diventa uno strumento di lettura strategica.
Nelle organizzazioni, ma anche nella vita quotidiana, molte tensioni non vengono espresse apertamente. Quali sono i segnali che ci fanno capire che sotto la superficie qualcosa sta cambiando o non sta funzionando?
D.C.: Le organizzazioni parlano sempre, anche quando sembrano silenziose. Il punto è che spesso lo fanno attraverso segnali indiretti, sottili…e serve allenamento per imparare a leggerli.

Uno dei primi indicatori è la variazione dell’energia: riunioni più piatte, meno partecipazione, interventi più brevi oppure, al contrario, eccessivamente reattivi e difensivi.
Un altro segnale molto potente è la qualità delle relazioni: quando emergono ironie sottili, rigidità, comunicazioni più formali del necessario o silenzi “pesanti”, siamo già dentro una tensione non espressa.
Poi ci sono i micro-comportamenti: ritardi, dimenticanze, aumento degli errori, calo della qualità. Non sono quasi mai casuali. Come leader, il nostro compito è intercettarli e interpretarli, per comprendere il clima reale del team e dell’organizzazione e decidere come intervenire.
Infine, c’è un indicatore spesso sottovalutato: la perdita di iniziativa. Quando le persone smettono di proporre, di esporsi, di prendersi piccoli rischi – e anche di sbagliare – significa che il sistema si sta proteggendo. E a quel punto le domande diventano inevitabili: leadership troppo direttiva? Sistema di feedback poco efficace? Clima che punisce l’errore? Scarsa sicurezza psicologica?
È qui che entra in gioco la pancia: alleniamoci a sentire quando qualcosa “non scorre”. Un leader allenato su questa dimensione non aspetta il conflitto dichiarato, ma intercetta e legge i segnali deboli per poi intervenire. Perché è lì che si gioca la vera partita della leadership: sotto la superficie, prima che il problema diventi visibile.
Molte persone percepiscono il disagio solo quando diventa troppo forte per essere ignorato. Che cosa succede quando i “mal di pancia” vengono trascurati troppo a lungo?
D.C.: Quando un “mal di pancia” viene trascurato, non scompare. Si organizza. Diventa più strutturato, più resistente e, spesso, molto più difficile da gestire. Proprio come nel corpo: un sintomo non ascoltato tende a evolvere in una patologia, spesso cronica.
A livello individuale, questo si traduce in stress persistente, irritabilità, perdita di lucidità decisionale e di focalizzazione, fino ad arrivare a demotivazione e scarso engagement. La persona smette di scegliere e inizia a reagire. A livello organizzativo, il disagio non espresso si trasforma in dinamiche più complesse: conflitti latenti, alleanze implicite, calo della fiducia e formazione di silos che rendono la comunicazione e la collaborazione sempre più difficili.
Il rischio più grande, però, è un altro: la normalizzazione della disfunzione. Quando un’organizzazione si abitua a lavorare in presenza di tensioni non risolte, quel livello di disagio diventa la nuova normalità. Ed è lì che si iniziano a perdere qualità, energia, innovazione, collaborazione e proattività.
Non tutti i “mal di pancia” sono necessariamente negativi: a volte sono segnali di cambiamento o di qualcosa che chiede attenzione. Come si può trasformare questo disagio in una leva di crescita?
D.C.: Il primo passaggio è cambiare prospettiva: il mal di pancia non è un errore del sistema, ma un messaggio del sistema. E spesso è un messaggio evolutivo.
Molti momenti di crescita – sia individuale che organizzativa – nascono attraversando una zona di disagio. È proprio lì, dentro quel disagio, che si attiva un possibile cambio di equilibrio. Se questo passaggio viene gestito in modo consapevole, soprattutto dal leader, il disagio non blocca il sistema ma lo fa evolvere.
È in questo ciclo continuo di equilibrio/disagio/nuovo equilibrio che si costruisce il vero valore strategico e differenziante di un’organizzazione. Perché è lì che l’organizzazione smette di essere reattiva e inizia a diventare proattiva, imparando a gestire in modo più consapevole le sfide interne ed esterne.
La differenza, però, la fa la capacità di stare dentro quella tensione senza reagire in modo automatico. Accogliere la resistenza come parte naturale del processo di trasformazione è una competenza chiave della leadership. Un leader efficace non cerca di eliminare subito il disagio, ma lo esplora; si chiede cosa sta segnalando, quale bisogno non espresso c’è sotto, quale cambiamento sta emergendo. È in questo spazio di lettura che il disagio smette di essere un problema e diventa una direzione.
Ogni mal di pancia è foriero di apprendimenti e crescita, ma per leggerlo profondamente è necessario creare lo “spazio” sufficiente alla lettura dello specifico mal di pancia.
Oggi si parla molto di performance e risultati, ma molto meno delle condizioni che rendono possibile lavorare bene. Quanto incidono equilibrio personale, alimentazione e benessere sulla qualità del lavoro e delle relazioni professionali?
D.C.: Incidono tantissimo. Perché la performance non è solo una questione di competenze, ma di energia interiore. E non dobbiamo mai dimenticare che, per funzionare davvero come persone e come leader, abbiamo bisogno che le nostre “batterie interne” – le energie psicofisiche – siano in equilibrio.
Un manager stanco, stressato o in disequilibrio psico-fisico prende decisioni diverse rispetto a un manager centrato e focalizzato. È meno lucido, meno presente, meno capace di gestire e anticipare i problemi e inevitabilmente finisce per influenzare, spesso in modo inconsapevole, i comportamenti dei collaboratori e del team. Perché anche il livello di consapevolezza è strettamente legato alla qualità e alla quantità della nostra energia disponibile.

Le organizzazioni più evolute hanno già iniziato a lavorare su questo: non considerano più la performance solo come output, ma come il risultato di uno stato interno. Esiste ormai una solida letteratura scientifica che dimostra come la qualità dell’energia fisica, mentale ed emotiva influenzi direttamente la capacità di un’organizzazione di performare, generare valore e mantenere risultati sostenibili nel tempo.
In questo senso, parlare di benessere non è un “nice to have”, ma una leva strategica. Perché senza una gestione consapevole delle proprie energie psicofisiche, anche la migliore strategia rimane sulla carta.
Se una persona volesse iniziare a prestare più attenzione ai segnali che arrivano dalla sua “pancia”, sia dal punto di vista organizzativo sia fisico, qual è un piccolo cambiamento concreto che potrebbe iniziare a mettere in pratica già da domani?
D.C.: Un cambiamento semplice, ma molto potente, è introdurre una micro-pausa di ascolto prima dell’azione. Pochi secondi, ma intenzionali. Prima di una riunione, prima di rispondere a una mail complessa, prima di prendere una decisione, fermarsi e chiedersi: “Cosa sto sentendo, al di là di quello che sto pensando?” Non serve avere subito una risposta. Basta registrare il segnale: tensione, apertura, chiusura, fastidio, energia. La pancia parla un linguaggio semplice, diretto, che però spesso non ci concediamo il tempo di ascoltare.
Una volta intercettato il segnale – che è, a tutti gli effetti, un’intuizione – il passaggio chiave è non fermarsi lì. L’intuizione non va né seguita ciecamente né ignorata: va lavorata. Ed è qui che si attiva la seconda fase, quella più analitica e oggettiva: trasformare la sensazione in ipotesi.
“Se questa percezione fosse corretta, cosa starebbe succedendo?”
“Quali dati posso raccogliere per verificarla?”
“Con chi posso confrontarmi per avere altri punti di vista?”
A quel punto si passa dalla pancia alla testa, senza perdere il valore della prima. Si osservano i comportamenti, si raccolgono evidenze, si mettono a terra segnali concreti. È così che l’intuizione diventa uno strumento manageriale; quando riesce a trasformare un “sentito” in decisione consapevole.