Il valore del fare nelle imprese: un dialogo con Augusto Bianchini e Fabio Cappelletti

Dopo aver iniziato il percorso della Scuola per Equilibristi Sognatori lavorando sulla mente, sulla strategia e sulla qualità del pensiero, la seconda tappa sposta lo sguardo su un’altra dimensione fondamentale della leadership: il fare.

L’edizione 2026 ci accompagna alla scoperta del corpo come metafora dell’impresa. E se la mente è il luogo in cui nasce la visione, le mani sono lo spazio in cui quella visione prende forma. Lavorare con le mani è il titolo di una giornata dedicata alle operations, al saper fare, alla capacità di trasformare idee, valori e innovazioni in processi concreti che funzionano nel tempo.

In un contesto in cui strategia e innovazione occupano spesso il centro del discorso manageriale, questa tappa riporta l’attenzione lì dove la qualità di un’organizzazione si costruisce ogni giorno: nei processi produttivi, nelle scelte operative, nei gesti e nei dettagli

Guidare non significa sostituirsi a chi opera, ma comprendere a fondo come processi, scelte operative e attenzione ai dettagli costruiscano, giorno dopo giorno, la qualità dell’organizzazione. Significa riconoscere che è proprio nelle operations che la visione prende corpo, che i valori diventano pratiche quotidiane, che la sostenibilità smette di essere un principio astratto e inizia a funzionare davvero.

Su questo terreno si incontrano si incontrano i contributi dei due formatori della seconda tappa, il professore di Ingegneria Industriale Augusto Bianchini e l’imprenditore e artigiano Fabio Cappelletti: due prospettive diverse, ma unite dalla convinzione che il fare non sia un ambito esecutivo separato dalla leadership, bensì uno dei suoi luoghi più decisivi.

I formatori della prima tappa

Augusto Bianchini

Professore del Dipartimento di Ingegneria Industriale all’Università di Bologna da oltre vent’anni, Augusto Bianchini lavora a stretto contatto con le aziende sui temi della sostenibilità applicata agli impianti industriali. La sua ricerca si sviluppa dentro progetti europei e team internazionali, in un dialogo continuo tra università e mondo produttivo.

In questi anni, insieme a colleghi e imprenditori, ha fondato il laboratorio TAILOR (Technology and Automation for Industry LABoratory), uno spazio in cui ricerca e industria si incontrano concretamente. È inoltre alla guida di TURTLE, spin-off dell’Università di Bologna dove è stato sviluppato il primo gestionale che misura la sostenibilità delle aziende.

Approfondisci questo tema leggendo “Misurare la sostenibilità per guidare il cambiamento: l’intervista al Prof. Ing. Bianchini, ideatore di ViVACE”

Fabio Cappelletti

Imprenditore e artigiano, titolare del forno biologico “Nel Nome del Pane”, Fabio Cappelletti porta alla Scuola per Equilibristi Sognatori un’esperienza radicata nel lavoro concreto. Figlio d’arte, cresciuto in una famiglia di fornai, da giovane era convinto che non avrebbe mai scelto quel mestiere, percepito come troppo duro. In seguito, ha scelto di tornare al forno dopo altre esperienze professionali, per costruire un modello di impresa fondato non solo sui numeri, ma su responsabilità condivisa, filiera corta, grani antichi e attenzione al territorio.

Il suo sguardo unisce cultura del lavoro, cambiamento, organizzazione e cura del gesto quotidiano, mostrando come anche una realtà artigianale possa esprimere una visione precisa di sostenibilità e di leadership.


Con Augusto Bianchini e Fabio Cappelletti approfondiremo due prospettive complementari che, nella leadership contemporanea, si rivelano strettamente intrecciate: la capacità di leggere e progettare i sistemi e quella di riconoscere il valore dei gesti che li rendono vivi.

Per iniziare a esplorare questo dialogo tra visione e concretezza, abbiamo scelto di dare direttamente la parola a loro. In questa doppia intervista, condividono riflessioni ed esperienze su come il “fare” possa diventare uno spazio di responsabilità, direzione e crescita per chi guida persone e organizzazioni.

L’intervista ad Augusto Bianchini e Fabio Cappelletti

“Lavorare con le mani”, il titolo della seconda tappa della Scuola per Equilibristi Sognatori, è una metafora potente, ma anche molto concreta. Secondo te, in che modo il “saper fare” tipico della produzione e delle operations può diventare una leva strategica per la crescita e non solo un ambito esecutivo?

Augusto Bianchini: Credo molto nel lavoro manuale, tanto che già alle elementari ai miei figli ho fatto frequentare laboratori di meccatronica, proprio perché ritengo che si abbiano due grandi benefici. Il primo è lo sviluppo dell’intelligenza che abbiamo nelle mani, che se ben coordinata col resto ci aiuta moltissimo a comprendere la realtà, la sua complessità e quindi ad individuare soluzione migliori. La seconda invece riguarda il fatto che produrre qualcosa fisicamente risponde maggiormente al nostro desiderio di soddisfazione proprio per la presenza di qualcosa di fisico, evidente, apprezzabile da tutti.

Fabio Cappelletti: Chi lavora con le mani sviluppa una comprensione reale dei processi, dei tempi, dei limiti e delle possibilità.

Quando il saper fare entra nelle scelte strategiche, le decisioni diventano più sostenibili, più aderenti alla realtà e meno teoriche. Queste abilità permettono di progettare meglio, in modo concreto e fattibile: non si progettano castelli in aria, ma sistemi che stanno in piedi.

Nella mia esperienza, la vera crescita personale è arrivata quando ho iniziato a mettere le mani in pasta. Il dialogo tra testa e mani apre, stimola e nutre visione e operatività.

Nel tuo lavoro quotidiano, quanto conta la qualità dei gesti, delle scelte operative e dell’attenzione ai dettagli nel costruire risultati solidi e duraturi?

A. B.: Faccio un lavoro molto poco manuale, soprattutto negli ultimi anni: all’inizio dell’attività lavorativa, come ricercatore, facevo tanto laboratorio sperimentale. Adesso il lavoro è molto di fronte ad uno schermo.

La cura nei dettagli imparata in laboratorio (altrimenti non sarebbe venuto nemmeno un esperimento) mi ha cambiato il modo di lavorare.

Anche soltanto scrivere un testo o una mail necessita di un’attenzione che vedo poco in chi non ha mai fatto un lavoro manuale.

F.C.: Nel pane, come nelle aziende, i risultati duraturi nascono dalla somma di piccoli gesti quotidiani ripetuti bene. Un grado in più, un tempo sbagliato, una piega fatta senza attenzione cambiano il risultato. La costanza nella qualità costruisce fiducia: del cliente, del team, del mercato. Costruire questo costa tempo e fatica, mentre per rovinare tutto basta molto meno. È il collegamento tra costanza qualità e fiducia che rende i risultati duraturi; non è un giorno da leoni che crea stabilità, non è fare un super pane ogni tanto che genera fiducia, ma fare un buon pane tutti i giorni.

Nelle aziende, grandi o piccole, spesso c’è distanza tra ciò che si immagina e ciò che poi accade davvero nella quotidianità. Qual è, secondo te, la difficoltà più grande nel trasformare un’idea o un valore in qualcosa che funzioni ogni giorno?

A.B.: La trasformazione di un’idea in un prodotto è un qualcosa che pochi sanno fare. Industrializzare quel prodotto è ancor più difficile, perché riguarda molto l’organizzazione su cui siamo debolissimi. Ma il passo più difficile è far si che qualcuno lo compri… passaggio che andrebbe fatto per prim.

F.C.: Nella mia esperienza, la difficoltà più grande è trasferire le idee e la visione al resto dello staff. È una sfida reale nella mia attività: a volte percepisco una distanza tra la mia visione e la percezione di soci e collaboratori. Detto questo, riconosco che nel tempo abbiamo ottenuto risultati importanti: crescita di fatturato, fidelizzazione della clientela, riconoscimenti, identità di brand e una comunicazione coerente verso l’esterno. Questo mi conferma che la direzione è giusta, anche se il lavoro di allineamento è continuo.

Quanto è importante, per chi guida un’organizzazione, conoscere davvero il lavoro che viene fatto “con le mani”? E cosa cambia quando questo accade?

A.B.: In una piccola azienda normalmente l’imprenditore sa fare tutto meglio di chiunque altro e quindi riesce a gestire e controllare ogni singola azione, formare ogni singolo dipendente e sa innovare. Quando la dimensione cresce, questa capacità e conoscenza spesso diventa un ricatto: nessuno lo farà come me, prima di saperlo fare passano anni e quindi addio giovani, ecc… in altre parole questi maghi del prodotto non sono in grado di guardare l’organizzazione e soprattutto di delegare e cambiare ruolo. A volte il saper fare diventa un limite.

F.C.: Per chi guida un’organizzazione è fondamentale. Non per controllare, ma per comprendere e far crescere.
Quando conosci il lavoro manuale:
• fai scelte più giuste
• chiedi cose realistiche
• guadagni rispetto vero dal team
• hai maggiore consapevolezza dei processi

Cambia anche il linguaggio: si parla di realtà, non di astrazioni. Un leader che ha messo le mani in pasta prende decisioni diverse e guida meglio la propria attività.

Nella seconda tappa della Scuola per Equilibristi Sognatori, i partecipanti metteranno letteralmente le “mani in pasta”: che cosa può insegnare oggi il lavoro artigianale alle organizzazioni complesse, soprattutto a chi ha ruoli manageriali?

A.B.: Una cosa che può certamente insegnare è gestire meglio le riunioni: se fai un lavoro manuale, ogni 5 minuti vedi il risultato del tuo fare. A volte invece si fanno riunioni lunghissime in cui non si produce nulla,  spesso non sono chiari nemmeno gli obiettivi. Al contrario, è impossibile lavorare manualmente se non è pensato tutto prima.

F.C.: L’artigianato insegna aspetti importanti:

  • Tempo – non tutto si può accelerare
  • Ascolto – la materia ti parla se sai osservare
  • Responsabilità – il risultato dipende da te
  • Connessione – ciò che fai con le mani porta dentro una parte di te.
  • Biodiversità – Il lavoro artigianale non è mai identico: solo l’industria standardizza. In natura nulla è uguale, al massimo simile.

Per un manager è un opportunità di aprirsi a nuove visioni, di riconnettersi con ciò che è essenziale. Puoi comprendere che non controlli tutto, ma puoi creare le condizioni giuste.

Quale cambio di sguardo o di prospettiva ti piacerebbe che portasse con sé, nel vissuto quotidiano della propria azienda, un manager o un imprenditore dopo questa tappa?

A.B.: Personalmente parlerò di sostenibilità e vorrei far passare che non è un’ideologia, ma un business, un progetto in cui coinvolgere le persone nel fare qualcosa di concreto.

F.C.: Mi piacerebbe che un manager o un imprenditore portasse a casa una nuova consapevolezza sul pane: su ciò che c’è dietro e dentro. Comprendere che chi fa le cose e perché le fa cambia il risultato: cambia il prodotto, cambia la percezione dei clienti e, di conseguenza, anche i risultati economici.

Quando comprendi davvero il motivo per cui tutti i giorni dedichi energia al valore del fare, cambia il modo di guidare un’impresa e la tua vita.