Gianfranco Bacchi: dal ponte di comando alla sala riunioni, la leadership lungo la rotta del coraggio
Siamo quasi alla fine del nostro viaggio formativo con la Scuola per Equilibristi Sognatori e questa quinta tappa ci conduce in mare aperto, verso porti sicuri e complessità quotidiane.
Dopo aver spiccato il volo, aver esplorato angoli di pace e imparato a vivere e raccontare esperienze, è giunto il momento di capire chi tiene la rotta. In questo penultimo appuntamento vi parleremo quindi di leadership, di guida, di decisioni e di modi di gestire le persone che fanno la differenza.
“Navighiamo insieme” sarà una giornata formativa intensa, dedicata a chi guida persone dentro contesti in trasformazione, cercando l’equilibrio tra il coinvolgimento del gruppo e il governo sulle scelte che impattano su tutta l’organizzazione.
Un momento per riflettere sulla leadership che si esercita non solo con competenza, ma con coraggio, presenza e un alto senso di responsabilità; quella leadership che punta a motivare e condividere con il team, ma senza mai perdere di vista il ruolo centrale del leader e la direzione in cui vogliamo far andare la nostra azienda.

Chi è Gianfranco Bacchi, il formatore della quinta tappa della Scuola per Equilibristi Sognatori
Capitano di vascello, Gianfranco Bacchi ha comandato l’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina Militare Italiana, in uno dei momenti più delicati della storia recente: nel 2020, nel pieno della pandemia, ha guidato il suo equipaggio in navigazione continua per oltre due mesi, senza possibilità di attracco. Un’esperienza straordinaria, che ha messo alla prova non solo la resistenza della nave, ma soprattutto la sua leadership, fatta di lucidità, coraggio, empatia e capacità di tenere unito il gruppo anche in condizioni di isolamento e incertezza.
Ma Gianfranco Bacchi è molto più di un comandante.
Appassionato di musica, suona il pianoforte da anni e ha anche scritto due libri: “Il punto più alto”, dove racconta le sue esperienze, e “C.A.P.O.” in cui condivide esempi su come condurre una squadra al successo.
Nella sua intervista, ci accompagna tra mare e azienda, tra responsabilità individuale e forza del gruppo, offrendoci il suo punto di vista su cosa significa davvero guidare quando le mappe smettono di essere utili e bisogna fare appello al proprio coraggio e affidarsi alla propria bussola interiore.
Sul ponte di comando: l’intervista a Gianfranco Bacchi
Comandare una nave e guidare un team in azienda: quali sono, secondo te, le somiglianze più sorprendenti tra questi due mondi?
Il parallelo fra nave e azienda è molto coerente sia per quello che concerne le strutture organizzative, per entrambi di tipo gerarchico verticale (in alcuni casi con influenze trasversali) sia per la loro stessa funzionalità.
Navi e aziende hanno missioni, hanno piani, hanno professionalità interne specifiche, si muovono e articolano in ambiti complessi.
Su quest’ultimo punto basti pensare allo stesso contesto ambientale che caratterizza la navigazione: il mare. Un elemento instabile per natura, capace di alterare i piani e complicare le procedure. I mercati, a volte isterici e difficilmente prevedibili da parte delle imprese, costituiscono il mare talvolta calmo, talvolta burrascoso con onde che possono aiutare o ostacolare la navigazione.
E pensare che stiamo parlando solo del contesto ambientale senza considerare le contingenze che la missione può attraversare per fattori non meteorologici ma dovuti a imprevisti o emergenze. Lo stesso concetto di spazio rende la nave un eccellente esempio di lavoro di team, fra elementi che vivono con linguaggi diversi all’interno di un’area circoscritta e limitata.

E che dire del tempo? La nave non si ferma, non ha orari, viene vissuta 24/7. La vita privata dell’equipaggio costituisce un elemento posto a margine del gruppo, sempre al centro della missione. Quest’ultima può difficilmente costituire un’uguaglianza fra nave e azienda ma deve senza dubbio costituire un elemento di aderenza in termini di risposta ad un contesto umano complesso che l’azienda potrebbe incontrare in alcuni processi interni.
Qual è stata la tua ‘rotta più difficile’ da seguire nella vita o nel lavoro? E cosa ti ha insegnato?
La rotta più difficile è quella che non puoi controllare. È l’ostacolo che non ha una procedura per essere affrontato. È l’emergenza che si affronta senza armi o piani di contingenza efficaci. A volte non possono essere avviati in quanto le tue decisioni non dipendono da te stesso ma da fattori esogeni.
Penso alla pandemia e alle situazioni tragiche che ha creato anche nel corso della mia esperienza. Dovere sbarcare forzatamente elementi dell’equipaggio per motivi sanitari incontrollabili, dover sospendere la missione e non conoscerne le potenziali conseguenze mi ha fatto sentire impotente di fronte a ciò che non potevo modificare o circoscrivere. Una sensazione difficilmente sopportabile da chi detiene responsabilità e garantisce non solo sulla propria vita ma principalmente sulla vita altrui.
L’insegnamento che ho tratto è proprio quello che riguarda la determinazione e la perseveranza “nonostante tutto”.
Fino a quando esiste una sola persona, un solo dipendente o collaboratore che lo guarda per cogliere un segnale, per seguire un esempio, il Capo non smette mai di essere un riferimento anche quando non è LUI a prendere l’ultima decisione.
Un leader deve prendere decisioni anche in momenti di incertezza. Qual è il tuo approccio per restare lucido e guidare con determinazione, anche quando la rotta non è chiara?
Intanto devo dire che molto deriva da una predisposizione caratteriale. È banale e inefficace erogare insegnamenti su questo tema a coloro che per attitudine personale rifiutano le responsabilità e non considerano la parola “rischio” all’interno del proprio vocabolario.
Io, semplicemente, non sono così. Io amo il rischio, adoro la sfida, cerco le responsabilità. L’audience potrebbe dire che ciò accade solo perchè “mi è andata sempre bene”. Forse è vero, forse è proprio questa la chiave interpretativa. Tuttavia ritengo che gli effetti delle proprie decisioni determinino non solo la riuscita della missione ma anche l’impostazione di ciò che verrà “dopo”.

Credo e spero che quanto ha contraddistinto la mia vita professionale sia stato il frutto di una condizione di base generata dalla mia storia e da come ho affrontato i miei incarichi. In breve sono molto convinto che ognuno, in una qualche misura, sia artefice del suo destino. Amare le responsabilità, difendere la propria squadra ad ogni costo e non fuggire dai rischi, la mia risposta urbi et orbi.
Se potessi lasciare un consiglio pratico a chi ogni giorno deve guidare il proprio ‘equipaggio’, quale sarebbe?
Non mi piace particolarmente dare consigli. Mi piace altresì fornire un esempio. L’esempio viene dalla mia storia che parla di Conoscenza, un buona dose di Autorevolezza, tanta Partecipazione e volontà di essere “ingombranti” all’interno del gruppo e Originalità, cercare di vedere soluzioni anche fuori dall’ordinario e grazie a interpretazione seppur “poco ortodosse” ma sempre corrette e potenzialmente efficaci.