Franco Fracassi e Claudio Trupiano: esperienze tra conflitto e comunicazione non violenta, per imparare a creare pace in azienda

Un confronto acceso con un collega. Un cliente che sembra non voler sentire ragioni. Riunioni in cui ognuno resta fermo sulle proprie posizioni. Sono situazioni che vi sembrano familiari?
In ogni contesto, dal mondo del lavoro alla vita personale, possiamo trovarci di fronte a conflitti, piccoli o grandi, che mettono alla prova la nostra capacità di ascoltare, comprendere e comunicare.

Eppure, anche nelle situazioni più complesse, è possibile trasformare lo scontro in un incontro, il dissenso in dialogo, l’incomprensione in connessione autentica.

Proprio di questo parleremo nella terza tappa della Scuola per Equilibristi Sognatori, “Zone di guerra, angoli di pace”, un appuntamento imperdibile in cui approfondiremo un nuovo modo di vivere le relazioni difficili, alleneremo la capacità di mettersi nei panni dell’altro e vedere l’umano anche nel “nemico” e impareremo a trasformare i conflitti in opportunità grazie ad empatia e comunicazione non violenta, riportando così la pace in azienda.

Chi sono Claudio Trupiano e Franco Fracassi, i due formatori della terza tappa della Scuola per Equilibristi Sognatori

Ad aprire la terza tappa della Scuola per Equilibristi Sognatori sarà Franco Fracassi, reporter d’inchiesta che ha visto guerre e conflitti con i suoi occhi. In oltre 30 anni di esperienza, ha documentato conflitti in Bosnia, Kosovo, Angola, Iraq, Afghanistan e Ucraina, ha indagato su corruzione, mafia, terrorismo e servizi segreti e ha vissuto in prima linea eventi storici come la caduta del Muro di Berlino o il G8 di Genova. Produttore anche di documentari indipendenti, Franco Fracassi non si ferma alla superficie, ma approfondisce le dinamiche, analizza le cause e testimonia gli esiti dei conflitti con uno sguardo lucido e analitico. Partendo dalla sua testimonianza diretta, condividerà con noi un nuovo punto di vista sulla gestione dei conflitti e sull’importanza di vedere l’umano anche nel “nemico”.

A seguire conosceremo Claudio Trupiano, scrittore e ricercatore specializzato nelle 5 Leggi Biologiche, nell’Enneagramma e nella Comunicazione Non Violenta. Attraverso conferenze e seminari, supporta le persone nella gestione dei conflitti interiori e nel raggiungimento di un equilibrio psicofisico.
Insieme a lui, esploreremo i principi della Comunicazione Non Violenta di Marshall Rosenberg e scopriremo come applicarli per promuovere un ascolto empatico, rispetto reciproco e una gestione più efficace dei conflitti, anche in azienda.

Per prepararci a questa esperienza – che si prospetta intensa e ricca di significati e riflessioni – abbiamo chiesto ai nostri due formatori di condividere il loro punto di vista sul conflitto e su come possa diventare un’occasione di crescita.

Ecco la loro intervista.

Comprendere il conflitto, costruire il dialogo: l’intervista a Franco Fracassi e Claudio Trupiano

Molti vedono il conflitto come qualcosa di sempre negativo. Nel tuo lavoro, hai mai visto un conflitto trasformarsi in un’opportunità positiva? Come è successo?

Franco: Le guerre sono sempre cose negative. Portano morte, distruzione, disgregazione sociale, povertà, odio. Nella mia esperienza personale, nessuno ha avuto accezioni positive. Gli unici conflitti che hanno portato qualcosa di positivo sono quelli scoppiati come guerre di liberazione. Per elencarne alcuni dalla seconda guerra mondiale in poi: Algeria, Vietnam, Nicaragua, El Salvador.
Se poi ci si riferisce a conflitti di altro tipo, in campo lavorativo e sociale, per esempio, allora sì, la maggior parte di questi hanno portato miglioramenti nella vita di chi è stato coinvolto e anche di molte altre persone, in maniera indiretta.

Claudio: Qualsiasi conflitto può trasformarsi in un’opportunità positiva a condizione che le parti (o anche una sola) abbandonino la presunzione di verità giudicando errata la posizione dell’interlocutore.

Per uscire dal giudizio è sufficiente fare in modo che l’altra parte si senta prima ascoltata e riconosciuta nel proprio bisogno.

Questa modalità di ascolto creerà un rapporto empatico al quale potremo dare seguito manifestando il nostro bisogno. La soluzione del problema avverrà nella maggior parte dei casi.

C’è una differenza tra il conflitto in un contesto estremo, come una zona di guerra, e quello che si vive in azienda? Oppure, alla base, i meccanismi sono simili?

Franco: Sì, grande differenza. Unica cosa in comune, la perseveranza. Raramente i conflitti si concludono rapidamente. Spesso vince chi è più perseverante nel suo agire, nonostante le enormi difficoltà a cui può andare incontro.

Claudio: Un conflitto nel contesto estremo di una zona di guerra o di un’azienda è simile, perché la giustificazione della violenza è avvallata da due situazioni spesso concomitanti:

  1. La violenza viene giustificata per il raggiungimento di un obiettivo ritenuto giusto. Nel caso di guerra si può arrivare al paradosso estremo di fare la guerra per ottenere la pace. Nelle imprese, spesso, un’azione di forza viene invocata per un fine commerciale.
  2. In entrambi i contesti assistiamo a una forma di deresponsabilizzazione del singolo individuo, la cui libertà di pensiero o di contrarietà alla posizione di violenza, vengono sostituite dal volere di chi comanda.

Diverso sarebbe se in entrambi i contesti si potessero confrontare i singoli individui nelle posizioni contrapposte e potessero connettersi in una relazione di cuore. Vedi alcuni casi avvenuti tra palestinesi e israeliani, o nelle relazioni tra dipendenti di aziende.

Che ruolo gioca l’empatia nella gestione dei conflitti? Si può davvero imparare a vedere l’altro con occhi diversi?

Franco: Essere empatici nel corso di un conflitto è un esercizio decisamente difficile. Purtroppo, molto più spesso prendono il sopravvento l’astio e l’odio. E questo è un male. Poi, ci sono state anche eccezioni. Per esempio, nel caso della rivoluzione gandhiana, che ha portato a una vittoria da parte di chi aveva fatto dell’empatia la sua arma principale.

Claudio: L’empatia reciproca è alla base della gestione di conflitti. E questo assunto dipende da una situazione genetica dell’essere umano, perché nessuno ce lo insegna, ma quando c’è la connessione di cuore siamo naturalmente predisposti all’incontro con l’altro.

Diversamente la posizione di forza e di violenza è solo una reazione biologica per la nostra sopravvivenza quando non ci sentiamo riconosciuti, ascoltati e, ovviamente, sottoposti ad attacco.

Se potessi dare un solo consiglio a un manager o a un imprenditore per migliorare una situazione conflittuale nella sua azienda, quale sarebbe?

Franco: Partirei da quest’ultimo punto: l’empatia. È forse l’arma più potente che qualcuno che si imbarca in un conflitto possa utilizzare. Perché è spiazzante e disarmante.

Per ottenere qualcosa da qualcun altro che inizialmente non vuole dare (altrimenti non ci sarebbe ragione per avviare un conflitto) ci sono due armi, egualmente potenti: la paura e la simpatia, la comprensione dell’altro e delle sue ragioni.

Nel primo caso, una vittoria non è detto che sia duratura, potrebbe lasciare strascichi, anche pericolosi. Nel secondo, si può ripartire con una collaborazione non di facciata tra vincitore e vinto. Meglio ancora, si potrebbe creare una situazione in cui paradossalmente entrambe le fazioni potrebbe risultare come vincitrici.

Claudio: Ascoltare i bisogni delle persone e non abusare di un potere precostituito dato dal ruolo. Essere onesti: perché la miglior furbizia è l’onestà!