Chi dorme meglio piglia migliori pesci
Durante le ferie succede qualcosa di piuttosto semplice: per qualche giorno la sveglia smette di suonare, gli orari diventano meno rigidi e dormire un po’ di più non sembra più una perdita di tempo.
Poi si torna alla quotidianità e il sonno rischia di diventare nuovamente la prima voce sulla quale risparmiare. Si allunga la giornata per finire un lavoro, rispondere a un’ultima e-mail, guardare una serie o ritagliarsi quello spazio personale che durante il giorno è mancato. In fondo, pensiamo, con sei ore di sonno possiamo comunque cavarcela.
Probabilmente sì. Ma cavarsela non significa necessariamente funzionare al meglio.
Da anni gli studi mettono in risalto il legame tra insufficienza delle ore di sonno e potenziali conseguenze per l’organismo, soprattutto a livello dei sistemi immunitario e cardiocircolatorio. Nel tempo, inoltre, il riposo notturno è stato sempre più studiato in relazione alle attività lavorative, sia per quanto riguarda l’equilibrio tra vita e lavoro, sia in termini di produttività e qualità della prestazione.
Non solo attenzione e concentrazione, ma anche apprendimento e memoria, creatività e gestione delle reazioni emotive sono capacità mentali direttamente influenzate dal sonno. E sono, a loro volta, strettamente legate al modo in cui lavoriamo, prendiamo decisioni, affrontiamo gli imprevisti e gestiamo le relazioni.
Dormire bene per guidare meglio
Il legame diventa particolarmente evidente quando si parla di leadership. Una ricerca condotta da McKinsey su 196 leader aziendali ha rilevato che il 43% degli intervistati non dormiva abbastanza per almeno quattro notti alla settimana. Quasi la metà, però, riteneva che la mancanza di sonno avesse un impatto limitato sulle proprie prestazioni.

Una contraddizione interessante, soprattutto considerando quanto attenzione, capacità decisionale, gestione delle emozioni e qualità delle relazioni siano centrali per chi coordina altre persone.
Quando siamo stanchi, infatti, non diventiamo necessariamente incapaci di lavorare, ma possiamo essere meno lucidi, più lenti nel cogliere alcuni segnali e meno efficaci nel regolare le nostre reazioni. Il problema è che non sempre ce ne rendiamo conto.
La zona delle sei ore
Un esperimento pubblicato nel 2003 sulla rivista scientifica Sleep, seppure con l’ausilio di un numero limitato di partecipanti (48), ha confrontato per due settimane l’effetto di un differente numero di ore di sonno.
Nei test delle capacità di ragionamento, le prestazioni migliori erano ottenute da chi aveva dormito otto ore rispetto agli altri due gruppi di partecipanti, ai quali era stato chiesto di dormire rispettivamente sei e quattro ore.
Nel corso delle due settimane, chi dormiva soltanto quattro ore era palesemente in difficoltà, tanto nei risultati quanto nella stanchezza percepita.
Chi dormiva per sei ore accusava invece un progressivo calo delle prestazioni ma, cosa ancora più insidiosa, non diceva di sentirsi particolarmente stanco.
In altre parole, le persone si stavano abituando alla sensazione di dormire poco, senza però diventare immuni ai suoi effetti.
Quella che potremmo chiamare la “zona delle sei ore” è quindi particolarmente insidiosa: ci mette in difficoltà senza farci capire chiaramente che cosa ci manca.
Qualche dimenticanza, una decisione meno ponderata, una reazione più brusca del solito o una maggiore difficoltà a mantenere l’attenzione possono essere interpretate come normali conseguenze di una giornata impegnativa.
Sottostimare il proprio bisogno di sonno porta non solo a creare abitudini difficili da modificare, ma anche a non vedere affatto il problema.
Continua a rilassarti leggendo “Benvenuta Siesta”
Il riposo è davvero solo una questione personale?
A prima vista, dormire bene sembra una responsabilità individuale: sta infatti alla persona decidere quando andare a letto, come organizzare le proprie serate e quali abitudini adottare.
Eppure il lavoro può influenzare molto il nostro riposo: orari prolungati, turni irregolari, carichi difficilmente sostenibili, comunicazioni fuori orario e aspettative di disponibilità continua non si fermano automaticamente davanti alla porta di casa.

Nello studio condotto da McKinsey, il 47% dei leader riteneva che la propria organizzazione richiedesse di rimanere disponibili troppo a lungo e di rispondere eccessivamente a telefonate ed e-mail. Allo stesso tempo, il 70% sosteneva che la gestione del sonno dovesse essere affrontata anche nelle organizzazioni, così come già avviene per la gestione del tempo o per le competenze comunicative.
Un’iniziativa che può rientrare nell’ambito delle pratiche di cura e attenzione al benessere dei lavoratori e che – ci sentiamo di sottolineare – può certamente dare risultati migliori quando è legata a una cultura aziendale capace di farsi realmente carico del benessere delle persone.
Per inverso, un corso di “sleep management”, per quanto ben fatto, quanto potrà contrastare gli effetti di una cultura del lavoro no-stop?
È una domanda che resta attuale.
E lo diventa ancora di più nei periodi di pausa, quando è evidente che fermarsi non è il contrario dell’essere produttivi e dormire non è tempo sottratto alle attività importanti. È una delle condizioni che ci permettono di tornare a svolgerle con maggiore attenzione, lucidità e presenza.
Perché, in fondo, chi dorme meglio non è detto che peschi di più. Ma probabilmente, quando arriva il momento giusto, riesce a vedere meglio i pesci.