“Accomodati…e non ti preoccupare per il vaso.” “Quale vaso?” (Neo si volta per cercarlo, sfiora un vaso con un braccio e lo fa cadere a terra rompendolo in mille pezzi) “Quel vaso!” “ Mi…mi dispiace…” “ Ti ho detto di non preoccuparti, lo farò riparare da uno dei miei bambini.” “ Ma come lo sapeva?” “Oh… e scommetto che il prossimo pensiero che ti verrà in testa sarà: “L’avrei rotto ugualmente se non avesse detto nulla?” (Matrix, 1999)

Molto è stato detto sulla comunicazione, argomento principe degli studi psicologici e sociologici, punto focale di molti corsi di formazione aziendale e spesso anche capro espiatorio in situazioni di crisi, in cui le “difficoltà di comunicazione” diventano il tappeto sotto cui nascondere le vere cause alla base dei problemi dell’organizzazione. E’ attraverso il linguaggio che riusciamo a divulgare informazioni, dare concretezza a idee e concetti, stabilire contatti, costruire relazioni oppure incrinarle, persino manipolare i nostri interlocutori per spingerli verso determinati opinioni o comportamenti. Le sue potenzialità e campi di azione sembrano pressochè infiniti: ma le parole possono avere una forza tale da modificare la realtà e gli eventi che accadono intorno a noi?

Sembrerebbe uno scenario fantascientifico, in cui abbiamo la possibilità di plasmare una realtà virtuale, creando o distruggendo parti di essa, semplicemente pronunciando “formule magiche” dotate di forza fisica. Eppure, è un evento che accade continuamente, anche se spesso non ce ne accorgiamo. O meglio, le parole non intervengono davvero sulla realtà che ci circonda, ma riescono a plasmare a loro immagine e somiglianza la nostra percezione e influenzare di conseguenza i nostri comportamenti. Come un filtro, tingono tutto ciò che ci circonda di una sfumatura colorata, facendo apparire ai nostri occhi il mondo come un po’ più rosso, un po’ più giallo, o un po’ più nero.

Fu il sociologo Robert Merton a denominare questo fenomeno “Profezia che si autoavvera”, definendolo come “una supposizione o profezia che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità.” (Merton, 1971). Qualunque convinzione, per il semplice fatto di essere stata espressa e ritenuta plausibile, influenza il comportamento e le azioni a tal punto da creare le condizioni adatte all’avverarsi della situazione che avevamo preventivato. Così, se una persona ritiene che gli altri abbiano una cattiva opinione di lui, reagirà a questa sua convinzione (che sia fondata o meno non ha importanza), irrigidendosi o comportandosi in maniera più fredda e distaccata, fino a suscitare negli altri opinioni negative, che confermeranno l’ipotesi iniziale. Si cercherà negli altri conferma ( e la si troverà) delle caratteristiche di personalità correlate a determinati segni zodiacali; previsioni catastrofiche riguardo alla fine delle scorte di benzina si realizzeranno per il semplice fatto di essere state divulgate, innescando una corsa ai rifornimenti che farà effettivamente terminare le scorte prima del previsto (Watzlawick, 1976). La definizione di un alunno in maniera positiva o negativa, influenzerà tutto il suo percorso scolastico: le maestre saranno portate a dare più importanza a comportamenti in linea con l’immagine che hanno di quel ragazzo e lo studente stesso cercherà di conformarsi alle aspettative altrui (Rosenthal & Jacobson, 1992).

Non è dunque possibile ignorare il peso che le parole possono avere all’interno di un contesto, come quello lavorativo, in cui continuamente ci si confronta, si danno indicazioni, ci si scambiano idee o opinioni, si comunica. I termini che vengono scelti nelle occasioni di confronto diventano portatori di significati che vengono interiorizzati dall’interlocutore, che adeguerà il suo comportamento alle aspettative che percepisce dall’esterno. Per questo motivo, diventa fondamentale per i manager prestare molta attenzione alle modalità comunicative che instaurano con i loro dipendenti. L’utilizzo di parole “ostili” e la tendenza alla critica non costruttiva, con attribuzioni negative a livello personale, andranno a creare un circolo vizioso in cui i collaboratori si adegueranno alle basse aspettative e il manager stesso saboterà i propri dipendenti senza rendersene conto, mettendo in atto comportamenti che non metteranno i collaboratori in condizioni di dare il meglio di sé, arrivando ad ottenere le basse performance che attendeva sin dall’inizio. Lavorare sulle proprie modalità comunicative può tuttavia invertire la direzione di questo meccanismo. Un manager che crede fermamente nelle capacità dei propri dipendenti, li porrà di fronte a compiti più sfidanti, che stimoleranno una loro crescita. In caso di errore, il confronto sarà costruttivo e concentrato non sulle caratteristiche personali (“non sei capace”) ma su quali elementi non hanno funzionato nel processo, mettendo i collaboratori in condizione di comprendere le criticità e migliorare la loro performance in un’occasione successiva. E’ importante trasmettere, con linguaggio verbale e non verbale, aspettative elevate ma raggiungibili; la gratificazione dei collaboratori non passa solamente da riconoscimenti economici ma soprattutto da messaggi di approvazione e dal riconoscimento, anche a livello aziendale, i risultati raggiunti. Ciò creerà un circolo virtuoso in cui ad una maggiore fiducia nei loro confronti corrisponderà un impegno superiore per soddisfare le aspettative riposte, fino ad ottenere migliori performance.

Non ci si deve tuttavia aspettare che sia solamente compito dei manager sfruttare efficacemente il meccanismo della “profezia che si autoavvera”. Le parole che ognuno rivolge a se stesso costruiscono credenze che influenzano l’autostima, la fiducia nelle proprie capacità e, in definitiva, i propri comportamenti. Posti di fronte ad un obiettivo non bisognerebbe farsi coinvolgere da sentimenti di sfiducia o sconforto; evidenziare solo le difficoltà e credere in una visione pessimistica della realtà, convincendosi dell’eccessiva difficoltà di quell’obiettivo o dell’inadeguatezza delle proprie capacità, non fa altro che distogliere l’attenzione dal problema, limita la creatività nella ricerca di soluzioni alternative, dirotta le energie e i pensieri e crea le condizioni ideali per raggiungere l’insuccesso.

Le parole hanno un potere spesso sottovalutato, in quanto sono strumenti attraverso cui costruiamo e trasmettiamo immagini delle altre persone, della realtà che ci circonda e definiamo noi stessi; non possono che essere elementi fondamentali per costruire un contesto adatto alla crescita personale e professionale.

E’ proprio nel momento in cui iniziamo a dire “ce la farò” che, allora, potremo farcela davvero.

Bibliografia:

Merton, R.K. “La profezia che si autoavvera”, in Teoria e Struttura Sociale, vol. II. Il Mulino, Bologna, 1971

Rosenthal R. & Jacobson L., Pygmalion in the classroom, Expanded edition, New York, Irvington, 1992.

Watzlawick, P. (1976). How real is real? Confusion disinformation, communication. New York: Random House (trad. it La realtà della realtà, comunicazione, disinformazione, confusione, Astrolabio, Roma, 1976

Si laurea in Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni nel 1995 ed è iscritta all’Albo Professionale dal 1997. Frequenta la Scuola di Formazione Formatori del Prof Francesco Avallone ed è specializzata in dinamiche nei piccoli e grandi gruppi, benessere organizzativo, sviluppo del potenziale, coaching individuale, team coaching e gestione psicosociale. Ha una grande esperienza nelle dinamiche di gestione del cambiamento, di gestione dei conflitti interpersonali e aziendali. Ha lavorato nella gestione di processi di riallineamento interfuzionale. Conosce ed ha gestito analisi degli assetti organizzativi, anche in caso di fusione e/o acquisizione aziendale. Ha lavorato come Change Manager in progetti di implementazione ERP per Grandi e Medie Aziende Nazionali e Multinazionali. Entra a far parte del Team SCR selezione e consulenza per le risorse umane nel 2015 e nel 2016 ne diventa Socia.

Si laurea in psicologia clinica e di comunità nel 1996. Dopo una formazione post-laurea in counselling orientativo e professionale, inizia la sua esperienza nel campo della psicologia del lavoro. Prima partecipando alla progettazione e allo sviluppo del servizio SIO della Provincia di Ravenna, primo esperimento pubblico di gestione specialistica dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro poi nel 2007 fondando SCR società di consulenza in ambito risorse umane specializzata nella ricerca, selezione e gestione del personale. Stefania è specializzata nella conduzione di colloqui a carattere valutativo, nell’utilizzo di testistica per l’analisi del profilo psicoattitudinale e nella progettazione e realizzazione di assesment e di percorsi di analisi e intervento organizzativo. Attualmente iscritta all’albo degli psicologi della Regione Emilia Romagna.

Si Laurea in Psicologia Clinica e di Comunità nel 1996, nel 2002 inizia la sua esperienza nel mondo della psicologia del lavora collaborando prima con il Centro per l’Impiego di Ravenna nella progettazione, realizzazione e gestione di azioni (quali, a titolo esemplificativo, tirocini formativi, incontri informativi, formazione individualizzata) finalizzate all’inserimento lavorativo di persone disoccupate. L’interesse per la materia la spinge a frequentare un Executive Master in selezione e valutazione delle risorse Umane svolto presso il Centro di Formazione Manageriale e gestione d’impresa della CCIAA di Bologna. Nel 2007 partecipa, come socia, alla nascita di SCR società di consulenza in ambito risorse umane specializzata nella ricerca, selezione e gestione del personale dove si occupa della gestione di percorsi di selezione, conduzione di colloqui a carattere selettivo, direalizzazione di assessment di gruppo, di utilizzo di testistica specialistica. È iscritta all’Albo degli Psicologi della Regione Emilia Romagna.